

Un libro scritto da un serial killer mai catturato viene trovato accanto al corpo di una ragazza di quattordici anni. È il punto di partenza di Omicidio: istruzioni per l’uso, romanzo d’esordio di Rebecca Philipson, costruito intorno a un espediente che porta un secondo libro dentro la storia. Per evitare equivoci, i due piani vanno distinti fin dall’inizio: Philipson è l’autrice reale del romanzo; Denver Brady è invece un personaggio che, nella finzione, ha scritto un volume intitolato How to Get Away with Murder. Il titolo è in effetti lo stesso con cui il romanzo della Philpson è stato pubblicato in lingua originale, il che potrebbe generare confusione.
La vicenda comincia con Samantha “Sam” Hansen, detective di Scotland Yard lontana dal lavoro da sei mesi dopo un crollo. All’inizio del romanzo è ancora in terapia e non si considera pronta a tornare in servizio. Uscendo da una seduta, però, si dirige verso Holland Park e si imbatte in un’area chiusa dalla polizia. La vittima è una ragazza, Charlotte, trovata strangolata sotto un albero. Il caso riattiva qualcosa in Sam, che telefona al terapeuta e gli comunica di voler rientrare al lavoro.
Il ritorno non è però semplice, perchè Sam porta ancora con sé le conseguenze di quanto accaduto prima del crollo. Un collega, DS Lowry, aveva infatti tentato di molestarla. Non essendoci prove, la sua parola era rimasta contrapposta a quella dell’uomo. DCI Harry Blakelaw, superiore di Sam e anche suo padrino, era riuscito a far allontanare Lowry dalla squadra. Quando Sam torna a Scotland Yard, non tutti però ritengono che sia nelle condizioni di affrontare un’indagine per omicidio e il caso viene affidato a un altro detective.
A Sam viene assegnato un elemento particolare rinvenuto sulla scena del crimine: un libro autopubblicato dal titolo How to Get Away with Murder. Il suo autore usa lo pseudonimo Denver Brady e afferma di essere un serial killer che opera da anni senza essere stato identificato. Nel libro racconta i propri delitti e si rivolge al lettore presentando il testo come un manuale destinato a chi voglia imparare a uccidere evitando la cattura.
Sam, affiancata dal giovane Detective Constable Adam Taylor, deve scoprire chi si nasconda dietro quel nome. C’è da capire se gli omicidi raccontati da Denver siano realmente avvenuti e perché il suo libro sia stato lasciato accanto al corpo di Charlotte. L’autore del manuale potrebbe avere un rapporto diretto con il delitto, oppure qualcun altro potrebbe essersi ispirato alle sue pagine.
Rebecca Philipson costruisce il romanzo facendo procedere insieme queste due linee. I capitoli che seguono Sam e l’indagine si alternano alle pagine del libro fittizio scritto da Denver. Lo stesso Denver si presenta come un uomo che avrebbe scelto consapevolmente l’omicidio, respingendo le spiegazioni basate sul trauma o sulla patologia. Dichiara anche una delle ragioni per cui avrebbe deciso di pubblicare il proprio libro, ovvero per soddisfare il desiderio di notorietà, purché, ovviamente, questa non comporti la perdita della libertà.
Fuori dalla finzione, il true crime ha avuto un ruolo nella nascita del romanzo di Rebecca Philipson. Durante la pandemia l’autrice ha aperto un blog dedicato al true crime e si è interessata al modo in cui i serial killer vengono trattati come celebrità. Nel romanzo, il desiderio di Denver di ottenere riconoscimento attraverso i propri crimini permette a Philipson di portare quella questione dentro una trama poliziesca.
Altri elementi della sua esperienza personale sono entrati nel libro senza che Philipson lo avesse programmato. In un intervento pubblicato da CrimeReads, l’autrice racconta che furono amici e familiari, dopo aver letto il romanzo, a farle notare quanto alcuni dettagli ricordassero lei e le sue esperienze. Philipson tornò allora sul testo e si accorse che, quasi inconsapevolmente, aveva trasferito nella storia piccoli frammenti della propria vita.
Uno riguarda il modo in cui il romanzo affronta la violenza contro le donne. «non avevo idea di essere femmista fino a quando sono diventata madre», scrive Philipson su CrimeReads. L’autrice collega questa consapevolezza alla crescita delle figlie e alla preoccupazione per ciò che avrebbero potuto affrontare, ricordando episodi di molestie, catcalling e la paura che una donna può provare camminando da sola al buio. Philipson precisa che le esperienze specifiche di Sam non sono le sue. Riconosce invece come propria la rabbia nei confronti della violenza contro donne e ragazze.
Anche alcuni tratti fisici della detective derivano dall’esperienza dell’autrice. Sam ha un’altezza e un’età vicine alle sue. Philipson racconta su CrimeReads che crescere come ragazza alta circa un metro e ottanta negli anni Novanta significava ricevere frequenti commenti sulla propria statura. Nel creare Sam ha trasferito questo particolare al personaggio, dandole però un rapporto con il proprio corpo diverso dal suo. Tiene infatti a chiarire che la detective non è basata su di lei.
Un collegamento ancora più evidente riguarda la musica. Philipson racconta di aver scoperto il rock a dodici anni grazie a una vecchia giacca dello zio sulla quale era cucito il nome dei Whitesnake. In seguito ha lavorato a un programma radiofonico dedicato al rock e ha intervistato diversi gruppi in Inghilterra. Nel romanzo la musica diventa uno degli strumenti usati da Sam nei momenti in cui avverte il panico o sente il bisogno di isolarsi. Nell’estratto di Criminal Element la detective cammina per Londra ascoltando Slipknot e Metallica. Philipson riconosce esplicitamente l’origine di questo particolare definendola, su CrimeReads, «My music».
I ricordi personali riaffiorano anche nell’ambiente scolastico associato alla storia di Denver. Rebecca Philipson ha frequentato un convento in un piccolo paese di Weardale, esperienza di cui conserva ricordi generalmente felici. Racconta che proprio a scuola trascorreva parte del tempo scrivendo storie da condividere con gli amici o fantasticando. Nel romanzo compaiono un convento e un’uniforme modellata su quella indossata dall’autrice.
Omicidio: istruzioni per l’uso nasce così da una domanda investigativa: chi è realmente Denver Brady e che rapporto esiste tra il suo libro e l’omicidio di Charlotte? Il manuale del serial killer appartiene interamente alla finzione; il blog di true crime appartiene invece alla storia personale di Rebecca Philipson. È proprio tenendo distinti questi due livelli che diventa possibile vedere come l’interesse reale dell’autrice per la rappresentazione dei serial killer sia entrato nel romanzo e come, accanto a questo punto di partenza consapevole, siano affiorati durante la scrittura dettagli della sua esperienza che Philipson avrebbe riconosciuto soltanto in seguito.
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