
Per la maestra Titti gli adulti sono «bambini-grandi». Li osserva mentre accompagnano a scuola i figli, li incontra durante i colloqui e soprattutto li ascolta, spesso molto più di quanto ci si aspetterebbe nel rapporto fra un insegnante e i genitori dei suoi alunni. Dietro comportamenti, silenzi e confidenze cerca le tracce di ciò che quelle persone sono state prima di diventare madri e padri.
È attraverso il suo sguardo che Chiara Gamberale costruisce Liberi tutti, pubblicato da Feltrinelli. Il romanzo mette insieme cinque famiglie intorno a una classe di prima elementare di Roma e procede verso la ricostruzione di un fatto grave avvenuto cinque giorni prima. Titti sa che è successo qualcosa destinato a cambiare le vite delle persone coinvolte, ma prima di arrivare a raccontarlo torna indietro e ricostruisce ciò che lo ha preceduto.
La distinzione fra «bambini-piccoli» e «bambini-grandi» diventa così una delle chiavi del romanzo. I primi hanno sei anni e stanno imparando a muoversi fuori dalla famiglia; i secondi sono i loro genitori, adulti nelle cui relazioni continuano però ad agire paure e ferite che vengono dall’infanzia. La scuola è il luogo in cui questi due mondi inevitabilmente si incontrano.
Al centro della vicenda ci sono Toni e Rachele, genitori di Miryam. Lui, ex musicista, ha lasciato il lavoro per occuparsi dei figli e permettere alla moglie di concentrarsi sulla propria carriera. Ludo e Nick sono invece i genitori di Dodò e Benny e rappresentano agli occhi degli altri una famiglia in cui tutto sembra funzionare. Adele cresce da sola Frida e conduce un programma dedicato alla crisi del maschio eterosessuale. Dando e Viviana sono i genitori di Achille, mentre Irene e Salvatore crescono Teo convivendo con il dolore per la perdita della loro prima figlia.
Sono configurazioni familiari differenti, accomunate dalla distanza che può aprirsi fra quello che gli adulti credono di mostrare e ciò che i bambini osservano. Le relazioni fra genitori e figli diventano così una delle strutture portanti di Liberi tutti.
L’origine del romanzo è legata direttamente all’esperienza della maternità e agli anni della pandemia. Come ha raccontato Gamberale in un’intervista a Donna Moderna, durante il lockdown organizzò, insieme a una maestra di danza, una piccola scuola materna domestica per la figlia e alcuni bambini del palazzo. Fu osservando quel gruppo che iniziò a riflettere su quanto i comportamenti dei bambini potessero rivelare degli adulti che li circondavano e delle loro esperienze infantili. Da questa intuizione cominciò a prendere forma anche l’idea di un personaggio che osservasse entrambi i mondi e cercasse di intervenire nelle loro dinamiche: il nucleo da cui sarebbe nata la maestra Titti.
A Sky TG24 Gamberale ha spiegato anche perché il contesto scolastico le sia apparso particolarmente adatto alla storia. Nel fuoriscuola ha individuato uno spazio in cui gli adulti finiscono per mostrarsi con maggiore immediatezza e lasciano emergere aspetti di sé che normalmente rimangono nascosti. Da quell’esperienza deriva anche un principio centrale nel modo in cui Titti si rapporta ai suoi alunni: i bambini sono in grado di comprendere anche situazioni complesse, purché gli adulti trovino un linguaggio adatto a loro e non li lascino alle prese con l’ambiguità.
Il punto di osservazione del romanzo nasce dunque dalla convinzione che bambini e adulti non possano essere raccontati separatamente. Le reazioni dei primi rimandano alle dinamiche dei secondi; allo stesso tempo, dietro i comportamenti degli adulti continuano ad agire esperienze molto più lontane.
È un tema che Gamberale collega esplicitamente al proprio percorso di scrittrice. Nell’intervista a Donna Moderna ha spiegato di avere sempre considerato la scrittura anche come un modo per confrontarsi con le ferite dell’infanzia, ma di aver scelto con Liberi tutti di affrontare questo tema in maniera più diretta. Il cambiamento riguarda anche la prospettiva da cui nasce il romanzo e diventa particolarmente evidente nel confronto con Le luci nelle case degli altri: «Quello era scritto da figlia, questo da madre: per me è un nuovo esordio».
La maternità ha modificato anche il punto di vista da cui Gamberale osserva l’infanzia e ha avuto conseguenze sul suo rapporto con la scrittura. Nell’intervista a Stories su Sky TG24, l’autrice ha raccontato di aver attraversato una fase di crisi creativa dopo la nascita della figlia Vita e di considerare Liberi tutti il romanzo con cui sente di avere ritrovato pienamente la propria voce narrativa.
Il rapporto fra esperienza personale e invenzione narrativa emerge anche nella costruzione di Adele. A Sette, Gamberale la definisce «la mia caricatura». Adele ha costruito con la figlia Frida un legame fortemente simbiotico: madre e figlia parlano al plurale, dormono insieme e sembrano formare un’unità dalla quale diventa difficile separarsi. Attraverso questo personaggio entra nel romanzo anche la questione del confine fra protezione e dipendenza.
La libertà richiamata dal titolo riguarda proprio la possibilità di interrompere alcuni di questi meccanismi. In un’intervista al Corriere di Bologna, Gamberale l’ha collegata alla difficoltà di sottrarsi al senso di colpa e alla manipolazione. Anche il comportamento di Titti ha però radici nel passato. La maestra proviene da Pietrapertosa, nelle Dolomiti lucane, e ha alle spalle un’infanzia difficile, ed è anche da questa esperienza che nasce il suo desiderio di proteggere le infanzie con cui entra in contatto.
Anche il nome della scuola contiene un riferimento personale. L’istituto Rocco Carbone non esiste: Gamberale lo ha chiamato così in memoria dello scrittore calabrese Rocco Carbone, suo amico, morto nel 2008.
La costruzione da thriller consente intanto di rimandare la spiegazione dell’evento annunciato nelle prime pagine. Il lettore conosce le famiglie prima di sapere esattamente che cosa sia successo e, mentre Titti ricostruisce i giorni precedenti, le immagini iniziali dei personaggi vengono progressivamente messe in discussione. «Nelle ultime pagine assistiamo a un ribaltamento di tutte le apparenze», ha spiegato Gamberale al Corriere di Bologna.
È dentro questa struttura che Liberi tutti porta avanti la sua indagine sulle famiglie contemporanee e sulle eredità dell’infanzia. Il mistero che attraversa il romanzo riguarda un fatto preciso, ma la ricostruzione di Titti costringe soprattutto a osservare ciò che passa dagli adulti ai bambini: paure, silenzi, aspettative, sensi di colpa e modi di intendere l’amore. La scuola diventa il luogo in cui queste dinamiche, normalmente confinate nelle case, finiscono per incontrarsi e diventare visibili.
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