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Le cose in natura semplicemente crescono di Yiyun Li – i-LIBRI

Yiyun Li e suo marito avevano due figli. Vincent è morto suicida nel 2017, a sedici anni. James nel 2024, a diciannove. Le cose in natura semplicemente crescono, pubblicato in Italia da NN Editore e vincitore del Premio Pulitzer 2026 per Memoir o Autobiografia, parte da qui. Li mette subito questi fatti davanti al lettore con tutto ciò che viene dopo che dipende dalla loro presenza.

Quando muore James, Li ha già scritto un libro per Vincent. Dove le ragioni finiscono (Where Reasons End), pubblicato dopo la sua morte, era nato come un dialogo immaginario tra madre e figlio, una conversazione che poteva proseguire sulla pagina. Con James non è possibile fare la stessa cosa. Vincent era espansivo, artistico, incline a esprimere quello che sentiva; James era riservato e razionale, interessato alla filosofia e alla logica. Scrivere di lui richiede quindi un’altra forma. Le cose in natura semplicemente crescono nasce da questa esigenza e procede soprattutto attraverso fatti e ricordi.

La differenza tra i due figli attraversa buona parte del memoir. Vincent aveva sedici anni quando morì e da tempo sua madre temeva che potesse suicidarsi. Per sei anni Li aveva convissuto con quella possibilità, condivisa a un certo punto anche dal terapeuta del ragazzo. Con James era accaduto il contrario. Poche settimane prima della sua morte, Li aveva detto alla propria terapeuta di non pensare che fosse a rischio. James aveva appena cominciato il primo anno a Princeton e, nelle ultime conversazioni con la madre, aveva parlato delle proprie letture. Stava rileggendo Il mito di Sisifo di Albert Camus.

Il confronto fra ciò che Li aveva temuto per Vincent e ciò che non aveva previsto per James diventa anche una riflessione sui limiti dell’intuizione di un genitore. Sapere che qualcosa potrebbe accadere non significa riuscire a impedirlo; non immaginarlo non significa invece che non stia già prendendo forma nella vita di un figlio. Li torna più volte su ciò che aveva osservato, sulle conversazioni avute con i ragazzi e sulle decisioni prese mentre li cresceva, ma evita di costruire a posteriori una spiegazione capace di mettere ogni elemento al proprio posto.

È un atteggiamento che riguarda l’intero libro. Le cose in natura semplicemente crescono non racconta un percorso verso l’accettazione della morte di Vincent e James. Per Li ci sono fatti che non possono essere trasformati e contro i quali continuare a discutere non cambia nulla. Anche per questo parla di «radical acceptance», un’accettazione dei fatti che non coincide con la ricerca di una consolazione.

Per descrivere la propria condizione dopo la morte di James usa spesso la parola «abisso». Non pensa però all’abisso come a un luogo dal quale prima o poi dovrà uscire. Se quella è la condizione nella quale vivrà, deve trovare un modo per abitarla. Da qui deriva anche la sua insofferenza verso il modo in cui viene spesso raccontato il lutto, come se fosse necessariamente un processo con una successione riconoscibile e un punto d’arrivo. Li non vuole un punto d’arrivo al proprio dolore, perché smettere di pensare ai figli significherebbe per lei separare artificialmente la loro morte dal resto della propria esistenza. 

Dopo Vincent, del resto, il tempo aveva continuato a scorrere anche perché c’era ancora James. Bisognava crescerlo, mantenere abitudini familiari, viaggiare, preparare feste e accompagnarlo verso l’età adulta. Il ricordo di Vincent conviveva così con un tempo che continuava ad avere un futuro. Dopo la morte di James questa distinzione viene meno. Li ragiona allora sul significato stesso dell’essere madre. Pur non potendo più occuparsi dei figli, non significa che abbia smesso di essere la loro madre. Vincent e James erano, sono e saranno i suoi figli. 

La vita quotidiana continua, ma Li è attenta a non attribuire a ciò che fa un significato che non riconosce. Scrive, cucina, lavora in giardino, studia geometria, nuota e continua le lezioni di pianoforte. Dopo la morte di James si concentra a lungo sugli esercizi meccanici per le dita di Charles-Louis Hanon perchè richiedono attenzione senza chiederle di esprimere qualcosa. Sono attività che servono a occupare un posto e a segnare il tempo, non a guarire.

Anche il giardino viene sottratto a una lettura consolatoria. Li aveva piantato circa milleduecento bulbi nell’autunno precedente e i fiori cominciano a spuntare nel periodo della morte di James. Sarebbe facile trasformarli nell’immagine di una rinascita. Lei si rifiuta di farlo. Un fiore non cresce per insegnare qualcosa a chi lo guarda. Le cose in natura semplicemente crescono. È da questa constatazione che il libro prende il titolo. Il giardino può riempire ore della giornata, richiedere lavoro e attenzione, ma non deve diventare la dimostrazione che da una tragedia nasce necessariamente qualcosa di nuovo. 

Lo stesso vale per gli oggetti rimasti. I quadri di Vincent, il suo telefono, gli orologi da tasca di James, il suo zaino continuano a occupare uno spazio materiale. Alla fine del libro Li torna anche su dettagli minimi, come il telefono di Vincent restituito con una crepa, una matita nello zaino di James spezzata in due. Sono cose concrete sulle quali il pensiero può fermarsi senza doverle trasformare in simboli. 

In questa ricerca di precisione entra anche il linguaggio. Li non ama gli eufemismi quando parla della morte dei figli e diffida delle parole che rischiano di rendere l’esperienza più ordinata di quanto sia. Dopo la morte di Vincent si era trovata persino a chiedere a una psicologa come rispondere a una delle domande più normali che si possano fare a una persona: quanti figli hai? Anni dopo, con entrambi i ragazzi morti, anche una domanda simile continua a non avere una risposta semplice. 

Il problema delle parole riguarda anche quelle degli altri. Nel memoir compaiono amici capaci di stare accanto a Li senza cercare spiegazioni, ma anche persone che tentano di stabilire paragoni con la perdita di un genitore o persino di un animale domestico. Li non nega necessariamente la buona intenzione, ma rifiuta l’idea che un dolore possa essere compreso sovrapponendogli quello di qualcun altro. Le reazioni che apprezza maggiormente sono spesso le più semplici, come chi ammette di non sapere che cosa dire, invece di riempire il silenzio con una frase già pronta. 

Ci sono poi le domande che Li rivolge a se stessa. Nel libro torna alla propria infanzia in Cina e agli abusi subiti dalla madre, ricordando come avesse imparato molto presto a proteggere una parte di sé dagli altri. Lei e il marito avevano cercato di crescere Vincent e James in maniera diversa, costruendo per loro una casa sicura e rispettando le loro individualità. Dopo la loro morte, anche quelle scelte vengono ripensate. Li si domanda se sia possibile preparare davvero qualcuno alla durezza del mondo, ma non trasforma questa domanda in una teoria sulle ragioni per cui i figli sono morti.

È forse qui che il libro diventa più difficile. Li non offre al lettore una risposta che permetta di stabilire che cosa sarebbe stato necessario fare diversamente. Insiste invece sul limite che un genitore incontra anche quando conosce profondamente un figlio. Si può costruire quella che lei definisce come una struttura di vita, fatta anche di gesti minimi: comprare le ance per l’oboe di Vincent, tagliargli le mele con la simmetria che desiderava, preparare a James pancake di forme diverse. Tutto questo appartiene alla cura di un figlio, ma non costituisce una garanzia sul suo futuro. 

Il rapporto con i libri accompagna Li anche dopo la morte di James. Camus e Wittgenstein sono legati alle letture del figlio, mentre Shakespeare, Montaigne, Tolstoj ed Euclide entrano nel suo modo di ragionare su ciò che è successo. La letteratura serve a trovare formulazioni abbastanza precise da poter avvicinare questioni che rimangono senza soluzione. Anche quando riprende a studiare geometria, Li cerca una disciplina del pensiero, qualcosa che continui ad avere regole quando una parte della sua vita non sembra averne più. 

Questa scelta spiega anche la scrittura controllata del memoir. Li racconta che cosa significa continuare a compiere azioni normali quando la propria vita non lo è più: andare a una lezione di pianoforte, occuparsi delle piante, ricevere il promemoria dello studio dentistico per un figlio morto, decidere che cosa fare dei suoi vestiti.

Le cose in natura semplicemente crescono rimane fino alla fine dentro questa quotidianità. Non c’è il momento in cui Vincent e James diventano definitivamente passato e non c’è una nuova Yiyun Li che emerge dalla perdita avendone ricavato una lezione. Ci sono due figli che sono morti e due genitori che continuano a vivere. Il libro cerca di capire che cosa significhi stare dentro questa realtà senza correggerla con una storia più rassicurante.







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