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La figlia di Clara Usón – i-LIBRI

La figlia di Clara Usón, pubblicato in Italia da Sellerio nel 2013 nella traduzione di Silvia Sichel, parte da una storia vera. Ana Mladić ha ventitré anni, studia medicina a Belgrado, è brillante, socievole, circondata dagli amici e profondamente legata al padre. Quel padre è Ratko Mladić, generale serbo-bosniaco destinato a diventare uno dei principali protagonisti delle guerre che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia.

Per Ana, però, prima di ogni altra cosa è semplicemente suo padre. Un uomo che ama e ammira, nel quale vede un modello e del quale accetta la rappresentazione eroica diffusa nell’ambiente in cui è cresciuta. È proprio questa distanza tra lo sguardo della figlia e ciò che progressivamente emerge sulla figura pubblica di Mladić a costituire il nucleo più doloroso del romanzo.

Clara Usón costruisce la vicenda intorno agli ultimi mesi della vita di Ana e, in particolare, a un viaggio a Mosca compiuto nel marzo del 1994 insieme ad alcuni compagni della facoltà di Medicina. Dovrebbe essere un normale viaggio di fine studi, un momento di libertà e divertimento prima dell’ingresso nella vita adulta. Diventa invece il luogo nel quale cominciano a incrinarsi alcune delle certezze sulle quali Ana ha costruito la propria identità.

Le conversazioni con gli amici, i loro silenzi e le accuse rivolte alla figura di Mladić costringono la ragazza a confrontarsi con un’immagine del padre radicalmente diversa da quella conosciuta fino a quel momento. Al ritorno a Belgrado qualcosa è cambiato. Ana appare triste, chiusa, lontana dalla giovane estroversa che era partita. Poco tempo dopo prende la pistola prediletta del padre e si uccide.

Usón non trasforma però La figlia in una semplice ricostruzione delle ragioni di quel gesto. La morte di Ana diventa il punto dal quale allargare lo sguardo alla guerra in Bosnia e alla disgregazione della Jugoslavia, per finire con il nazionalismo che attraversò quegli anni. Alla storia privata si affiancano così episodi e personaggi della storia balcanica, mentre entrano nel racconto figure come Radovan Karadžić e Slobodan Milošević.

Al centro rimane Ratko Mladić e soprattutto la frattura fra la dimensione familiare e quella pubblica. Il padre premuroso conosciuto da Ana è lo stesso uomo legato all’assedio di Sarajevo e al massacro di Srebrenica. La scoperta di questa incompatibilità rende la vicenda della ragazza qualcosa di più di un dramma familiare.

Il romanzo si muove sul confine tra documentazione storica e invenzione narrativa. Usón ricostruisce il contesto nel quale visse Ana e, nello stesso tempo, utilizza gli strumenti della narrativa per avvicinarsi a ciò che i documenti non possono spiegare completamente. Non pretende di trasformare in certezza ciò che appartiene alla dimensione più intima della protagonista, ma costruisce attorno alla sua vicenda una rete di fatti e relazioni che permette di comprenderne la portata.

Proprio l’alternanza tra il destino individuale di Ana e la storia della ex Jugoslavia dà al libro una prospettiva più ampia. Il nazionalismo, la propaganda, la costruzione degli eroi e dei nemici, l’appartenenza etnica e il modo in cui una comunità racconta il proprio passato diventano parte della vicenda personale della protagonista.

La figlia racconta così anche una perdita dell’innocenza. Ana deve misurarsi con la possibilità che ciò che ha sempre considerato vero sia soltanto una delle versioni possibili della realtà e che l’uomo al quale è più legata possa essere giudicato in maniera completamente diversa al di fuori della cerchia familiare e nazionale nella quale è cresciuta.

Da questa frattura nasce una delle domande più difficili poste dal romanzo: quale rapporto esiste tra le responsabilità dei padri e la vita dei figli? Ana non è responsabile delle azioni attribuite a Ratko Mladić, ma non può nemmeno sottrarsi alle conseguenze che la scoperta di quelle azioni produce sulla propria identità. Il cognome che porta e l’amore finiscono per sovrapporsi con la realtà della guerra.

La storia individuale diventa quindi una via d’accesso a una tragedia collettiva. Usón racconta la guerra attraverso le sue conseguenze sulle persone e, nello stesso tempo, ricostruisce il terreno storico e ideologico nel quale quelle conseguenze sono maturate. È questo continuo passaggio dal privato al pubblico a dare al romanzo la sua forza: dietro gli avvenimenti della grande Storia rimangono vite costrette a fare i conti con ciò che è stato fatto in nome di un popolo, di una patria o di un’identità.

Pubblicato originariamente in spagnolo nel 2012 con il titolo La hija del Este, il romanzo ha ottenuto il Premio Nacional de la Crítica ed è stato successivamente premiato anche in Francia e in Italia. Nella produzione di Clara Usón occupa un posto importante proprio per la capacità di unire ricerca storica e costruzione romanzesca, facendo della vicenda di Ana Mladić il centro di una riflessione sulla famiglia, sulla memoria e sul peso che la Storia può esercitare anche su chi non l’ha scelta.







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