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Il mondo alla fine del mondo di Luis Sepúlveda – i-LIBRI

Il mondo alla fine del mondo di Luis Sepúlveda arrivò in Italia nel 1994 per Guanda, sei anni dopo la sua prima pubblicazione, quando lo scrittore cileno era già diventato un caso editoriale grazie al successo del romanzo precedente, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore.

Prima ancora di essere tradotto, il libro aveva vinto il Premio Juan Chabás per il romanzo breve. Parliamo infatti di un testo di poco più di cento pagine, che riesce (o quantomeno cerca) di affrontare un tema di vitale importanza come la caccia illegale alle balene. Senza dubbio è stata una buona lettura estiva, ma veniamo alla trama.

La storia si apre il 16 giugno 1988, quando in un’agenzia giornalistica di Amburgo legata a Greenpeace arriva la notizia di un incidente accaduto a una baleniera giapponese, la Nishin Maru, che avrebbe perso diciotto uomini dell’equipaggio in acque della Patagonia. 

Il protagonista è un giornalista cileno esule in Germania che lavora per una piccola agenzia ambientalista creata con pochi colleghi e gestita con mezzi di fortuna, un computer usato e un fax da cui arrivano le comunicazioni delle associazioni ecologiste. 

Attraverso alcune ricerche, il protagonista scopre che la nave, ufficialmente demolita anni prima dopo essere stata bloccata da un’azione dimostrativa di Greenpeace, continua in realtà a cacciare illegalmente, protetta dalla sua ufficiale cancellazione, che nella pratica però si era dimostrata solo burocratica. 

Il contatto con una giovane attivista cilena e poi con un misterioso marinaio, Jorge Nilssen, lo spinge a tornare nel suo paese per fare luce sui fatti, in un viaggio che è insieme inchiesta giornalistica e ritorno a un passato mai del tutto elaborato. 

Perché il protagonista non è alla sua prima traversata di quei mari. Il romanzo si costruisce infatti su due tempi che si intrecciano, il presente dell’indagine giornalistica e il ricordo di un viaggio giovanile, quando appena diciassettenne aveva raggiunto il sud del Cile spinto dall’entusiasmo per la lettura di Moby Dick e si era imbarcato prima su un peschereccio poi su una baleniera, imparando dalla voce di un vecchio marinaio, il Basco, che il tempo di quella caccia stava ormai finendo. 

È lui a dirgli, con parole che il ragazzo porterà con sé per tutta la vita, che forse erano rimasti gli ultimi balenieri di quelle acque ed era meglio così. 

Questo doppio registro temporale, alternato tra il tono più avventuroso e visivo della memoria adolescenziale e quello più asciutto e documentario dell’indagine adulta, è ciò che permette a permette a Sepúlveda di far convivere due anime diverse della propria scrittura, quella del narratore di viaggi e quella del militante ambientalista.

Il limite dell’opera è forse è proprio connesso all’insistenza forse eccessiva su nozioni geografiche e tecniche legate alla caccia alle balene che, nel complesso hanno finito per appesantire il ritmo della lettura. Questo, in aggiunta forse alla forse un po’ carente analisi psicologica dei personaggi, specialmente se comparata alla forza descrittiva di certi passaggi più propriamente narrativi. Lo stesso protagonista resta forse più una figura narrante piuttosto che un personaggio a tutto tondo.

Eppure è innegabile che alcune immagini restino impresse ben oltre la lettura, come la scoperta che una balena femmina in gravidanza si riconosce dal modo in cui emerge dall’acqua e per questo non va cacciata, quasi fosse la gallina dalle uova d’oro di quei mari. 

È in questi dettagli, così come la terribile descrizione della fine spettrale che fanno i cetacei una volta lavorati e abbandonati sulla spiaggia sotto nubi di gabbiani, che la scrittura di Sepúlveda trova la sua efficacia più immediata, capace di dire molto in poche righe senza bisogno di scene prolungate. 

Il romanzo si chiude non a caso su un’immagine di rovesciamento, quando le balene stesse si ribellano alla nave che le cacciava.

Il mondo alla fine del mondo è quindi, nel complesso, diverso rispetto al Vecchio che leggeva romanzi d’amore. In questo si trova una geografia diversa, non più la giungla amazzonica ma i canali gelidi della Terra del Fuoco, e altri temi come la fascinazione per ambienti estremi in cui le vicende umane sfumano in qualcosa di prossimo al mito, il contrasto tra la vita compressa delle città e la libertà ritrovata negli spazi sconfinati del sud del mondo. 

Il libro scorre rapidamente e può senza dubbio piacere maggiormente a coloro i quali amano i romanzi di viaggio con descrizioni di paesaggi estremi. Dubito, invece, che lo stesso possa interessare allo stesso modo coloro che cercano personaggi più stratificati o una prosa più visiva, perchè potrebbero restare con la sensazione (che a quanto ho potuto leggere è comune a più di un lettore di questo autore), di essersi lasciato alle spalle qualcosa che meritava più spazio per essere davvero esplorato fino in fondo.

di Diego Manzetti







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