
Dove finisce il silenzio (Morellini Editore, 2026) di Roberto Silvestri.
Si tratta di un thriller psicologico che verte sui segreti di una famiglia tenuti nascosti per anni. Tutto inizia quando il padre di Riccardo e Rebecca viene trovato morto e questo innesca il motore della narrazione.
Il libro ricostruisce gli eventi partendo dal presente e procedendo a ritroso nel passato perché lì giace il vero mistero. I problemi di questa famiglia sono di lunga data: durante un Natale di tanto tempo fa la madre di Riccardo e Rebecca viene uccisa dal padre, da allora niente sarà più come prima. Se per anni i due fratelli hanno cercato di dimenticare il passato e hanno tentato di vivere in maniera normale, quell’episodio torna a perseguitarli.
A riportare la vicenda a galla è proprio Riccardo che durante una festa si reca all’esterno per recuperare il coltello con cui era stata uccisa la madre: la festa non a caso si svolge proprio dove è avvenuto il delitto e questo spinge Riccardo a dissotterrare l’arma nascosta da lui stesso anni prima.
Questo è l’episodio da cui ha inizio la narrazione e che si infittisce sempre di più. Non è solo un racconto che si muove nel tempo ma anche nello spazio e che ci porta in un viaggio dall’Italia alla Norvegia con lo scopo di ricongiungere i pezzi.
Questa è, a tutti gli effetti, una famiglia spezzata dall’odio, dalla paura e dal sangue. La soluzione adottata dai personaggi è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto: provare a non pensare al passato per cercare di sopravvivere. Ma la vita non è mai facile e il percorso di ripresa non è lineare.
Conosciamo Riccardo quando è un uomo adulto, ha un lavoro, una fidanzata amorevole e va in terapia, eppure i segni lasciati dalla violenza sono indelebili e si manifestano nei continui colpi di tosse che lo colgono durante la giornata. Marzia, la sua psicologa, è la chiave che apre la porta della risoluzione poiché è proprio con una seduta che Riccardo inizia a raccontare l’accaduto.
È come scoperchiare il vaso di Pandora poiché il ritrovamento del coltello innesca in lui un profondo turbamento tanto che spinge la sua partner a fuggire; è la risonanza della violenza, di una famiglia in cui l’amore è sempre stato marginale.
Rebecca è un personaggio fiero, descritta come l’unica in casa a tenere testa al padre. Ma nel suo legame con il fratello l’affetto si mescola alla paura: «Quando anche lei aveva paura e si stringeva a me e io sentivo il suo cuore battere contro il mio petto.»
La violenza domestica perpetrata dal padre ai danni della madre ha delle ripercussioni anche sui figli che, seppur adulti, continuano a percepire la risonanza di quell’ambiente malsano.
Rebecca, infatti, scappa lontano da Genova pur di ritrovare un equilibrio e Riccardo fatica a proseguire con la propria vita. A un certo punto, dopo anni separati, Riccardo decide di andare a trovare la sorella e così decidono che è ora di vendicarsi del padre. Il piano, però, non va come sperato e trovano l’uomo già morto.
La vendetta è il perno di tutto il libro e si consuma in famiglia; non tutti i peccati vengono dimenticati e a volte il conto deve essere pagato, benché certe ferite siano difficili da rimarginarsi.
Per dirla come Roberto Silvestri: «Non sa cosa sia, non riesce a definirlo. Ma sente che fa più rumore del mare in tempesta.»
Recensione di Altea Fiore
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