
Autoritratto in verde di Marie NDiaye ruota intorno a due poli: uno è l’apparizione di figure femminili vestite di verde e l’altro è il fiume Garonna sul punto di esondare. Già questo ci fa capire che ci troviamo in uno spazio sospeso tra l’irreale e il reale che viene raccontato dalla voce narrante della protagonista.
Ndiaye così riesce a muoversi con disinvoltura tra diversi generi letterari regalandoci un’opera dinamica, sempre in fermento e che ci tiene col fiato sospeso: siamo a metà tra il realismo magico, già sperimentato dall’autrice, e una specie di memoir rivisitato. Le donne in verde e la Garonna diventano gli estremi attraverso i quali delinea il proprio autoritratto.
Ma chi sono queste donne? Ecco la domanda che accompagna i lettori pagina dopo pagina. La risposta c’è e non c’è al tempo stesso perché sono figure reali, immaginarie, vive e morte; alcune sono buone e altre terrificanti.
È un racconto che attraversa gli anni e ci presenta queste donne in verde che sono apparse qua e là nella vita della protagonista in vari momenti, con modalità sempre differenti ma con la costante presenza cromatica. Sembra che queste figure entrino nella sua vita per insegnarle qualcosa, come se la loro comparsa avesse lo scopo di guidarla nella conoscenza di sé: «La rivedrò, diventeremo quasi amiche. So che un giorno sarà sostituita da un’altra donna verde che, ancora una volta, non mi sarò scelta io».
Perché proprio il verde caratterizza queste apparizioni? È un colore ambivalente che sprigiona il suo significato adattandosi alle situazioni. Il verde da un lato è associato all’energia della natura e della rinascita e dall’altro anche a una forza velenosa. Le donne di questo libro non a caso sono un incrocio di bene e male, stanno sulla soglia tra i due mondi, camminano nella zona grigia in cui giusto e sbagliato hanno confini labili.
Certo è che queste donne hanno contribuito all’esplorazione della propria identità della protagonista che attraverso le visioni riflette su se stessa e sulla vita. Lei è l’unica a vedere queste figure: quando chiede ai figli se anche loro le vedono e questi rispondono di no, è chiaro che sia una cosa che riguarda solo lei.
La protagonista viene in contatto con queste donne o tramite incontri diretti o tramite terze persone. Alcune di loro, infatti, le conosce attraverso l’amica Cristina e la storia di Jenny.
Persino sua madre è una donna in verde, «deludente, capace di infinite metamorfosi», e quindi il tema cromatico si lega alla famiglia poiché ci consente di capire quanto possano essere complicati i rapporti interpersonali. La protagonista così affronta anche la triste realtà circa la sua famiglia dichiarando quanto sia distante dai genitori e dalle sorelle.
Non dobbiamo dimenticare l’importante elemento acquatico della Garonna perché persino il fiume è considerato una donna in verde. L’acqua si estende e si ritira, dà la vita ma è anche capace di distruggere tutto con la sua forza, sa essere l’inizio e la fine delle cose. È verde, speranza e instabilità al tempo stesso.
A rendere il libro particolare, oltre a queste figure mistiche, sono le foto in bianco e nero che intervallano il racconto: sono opere che appartengono a collezioni private e opere accreditate a Julie Ganzin, e la loro presenza rafforza quel senso di irrealtà che pervade le pagine. Ci sembra che le donne raffigurate facciano parte della storia e che siano verdi perché niente è affidato al caso.
Per dirla come Marie Ndiaye: «Ma, da parte mia, come posso non vedere in tutto questo un disegno della sorte?»
Recensione di Altea Fiore
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